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LA COMMEDIA E LA PSICOTERAPIA

Una lettura moderna

Un capolavoro in versi, la summa di tutto il sapere scientifico, filosofico e teologico medievale e anche un’inesauribile successione di allegorie.

Un poema in cui il viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso si presta anche a metafora estremamente calzante del “viaggio” che il paziente compie dentro di sé attraverso la psicoterapia.

Tra tutte le letture possibili della Commedia c’è quella legata all’ambito psicologico e psicoterapeutico.
Dalla discesa negli “inferi” fino al raggiungimento della “novella vista”, il cammino psicoterapeutico procede per tappe, tutte necessarie e tra di esse collegate, che hanno come meta finale la conquista della “libertà di essere”, quello star bene con se stessi che, come insegna il poema dantesco, è un traguardo che necessariamente passa attraverso un travaglio interiore.

Il Proemio della Commedia introduce subito il concetto di perdita della “diritta via”, del conseguente smarrimento e della consapevolezza di non sapere come quella via sia stata smarrita. Esattamente come accade al paziente che si rivolge allo psicoterapeuta per superare il disagio psicologico che lo affligge e di cui non conosce, se non solo forse parzialmente, la ragione.
Una decisione non semplice, quella di ricorrere allo specialista, che spesso matura dopo un’alternanza di paure e speranze.
Proprio questa alternanza tra paura e speranza costituisce la prima similitudine tra Commedia e psicoterapia. Così come Dante prova spavento nel leggere le parole solenni incise sulla porta infernale descritta all’inizio del terzo canto dove campeggia la minaccia “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”, così il paziente percepisce il suffisso “psi” della psicoterapia e, più ancora, della psichiatria: l’anticamera di un processo di cui non si conosce nulla, dal quale si teme di non poter più tornare indietro o che possa far giungere a chissà quali terribili scoperte. Ma la speranza di Dante di affidarsi a Virgilio, sua guida, è la medesima che nutre il paziente nei confronti del terapeuta. Tanto nel primo quanto nel secondo caso, per attraversare indenni il cono rovesciato dell’Inferno dantesco, metafora della discesa nella parte più buia e sconosciuta di noi stessi, occorre una guida esperta. Che sappia orientarsi tra le mille “insidie” della natura umana, estremamente sfaccettata per costituzione, nella quale convivono aspetti e sentimenti di segno opposto. Esattamente come l’Inferno di Dante, anche i nostri pensieri sono strutturati in Gironi e il cammino del poeta guidato da Virgilio altro non è se non il percorso del paziente che da un nucleo interno sconosciuto alla coscienza, via via giunge fino alla superficie, dove affiora ciò di cui è cosciente: pensieri, emozioni, sintomi. Fino a “riveder le stelle”, a riconoscersi per come si è fatti. Comprendendo, magari, che l’invidia fa parte del corollario di sentimenti e atteggiamenti umani, ma per evitare che ci bruci dentro in eterno è “conveniente” volgerla in ammirazione, in sprone a raggiungere i risultati della persona invidiata. Perché se per esempio è ammesso che un bambino provi invidia nei confronti dell’amico che ha ricevuto in dono il giocattolo che tanto desiderava, è opportuno che l’adulto traduca un sentimento simile, magari provato nei confronti di un collega con la nuova automobile, nel pensiero volto a migliorare le proprie condizioni economiche per acquistare il nuovo modello di auto.

Scendere in profondità nei recessi più bui, attraversare la mota senza restare impantanati, affrontare il lato in ombra che alberga dentro ciascun essere umano e imparare a riconoscerlo in quanto tale, talvolta può risultare estremamente impegnativo. Ecco quindi che può nascere la necessità di affiancare alla guida del terapeuta un sostegno farmacologico prescritto dal medico psichiatra. Un puntello prezioso che giunge in soccorso quando il paziente rischia di trovarsi di fronte a un pericolo più grande di sé: la reazione alla presa di contatto e coscienza con una parte di sé che per lungo tempo è stata messa sotto chiave e repressa e che è causa del disagio.

Dopo essere sceso nelle profondità del cono rovesciato ecco che si prospetta una prima via d’uscita: l’animo di Dante-paziente rinasce alla gioia e alla speranza tornando ad ammirare un’atmosfera dal “dolce color d’orïental zaffiro”. È sulla spiaggia che bagna l’alto monte del Purgatorio che Dante incontra Catone. Le sue domande pacate e autorevoli ricordano quelle del terapeuta che con tecnica ed esperienza verifica il procedere del percorso. Il Purgatorio, che Dante fa coincidere con il luogo nel quale i vizi derivanti dall’amore mal diretto vengono espiati, diventa emblema del passaggio a un livello superiore di consapevolezza, di una lettura di realtà nella quale il paziente comprende che la sofferenza psichica non deve essere vissuta come una colpa, magari derivante dalla pigrizia, dall’incapacità di reagire o di spostare il pensiero altrove. Ascendere lentamente i balzi del Purgatorio corrisponde a un ulteriore passo in avanti rispetto all’acquisizione della “libertà di essere” di cui si faceva cenno all’inizio.

Nella Commedia, terminato il compito di Virgilio, guida razionale, il testimone passa a Beatrice che rappresenta lo scarto intuitivo necessario per raggiungere un diverso livello di conoscenza e consapevolezza. Attraverso un paziente processo di accompagnamento, che si concretizza nell’alternanza di relazione azione, Dante-paziente ritrova il benessere, lo stare bene con se stesso.
È il raggiungimento della “novella vista”, lo sguardo che permette di coniugare il libero arbitrio con la cosiddetta morale comune. L’equilibrio secondo il quale ciò che è intrapsichico e assolutamente personale e soggettivo si compenetra con pensieri e affetti “educati” secondo le norme sociali e suddivisi nelle categorie giusto-sbagliato, benemale, senza che questo causi una sofferenza psichica.

Interessante a proposito dell’equilibrio tra libero arbitrio e norme morali il riferimento a due personaggi locali citati nella Commedia: Ezzelino III da Romano e la sorella Cunizza.
Lui viene posto nel VII cerchio dell’Inferno, quello di violenti, tiranni, omicidi e i rapinatori; lei in Paradiso, nel terzo cielo di Venere, che accoglie gli spiriti amanti. Ezzelino e Cunizza, accomunati del vincolo fraterno, cresciuti nel medesimo contesto, rappresentano gli esiti di scelte e percorsi diversi. La brama di potere e di sangue nel caso del primo, il desiderio di amare che nonostante le dissolutezze salva la seconda che ha trovato la sua via per raggiungere l’equilibrio:

D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella

Dr. Francesco Bova

Dr. Francesco Bova

Medico specialista in Pscichiatria e Fondatore dello Studio
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Dott.ssa Elena Stefani

Psicologa Psicoterapeuta
Referente per l'Età adulta

Centro di Psichiatria e Psicoterapia
Studio Dottor Bova

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